Appare sempre più evidente che l'impreparazione culturale di chi ci governa e ci dirige comporta dei rischi terribili. Oggi più che mai si cominciano a intravedere segnali più che preoccupanti. Non solo in Italia.
E' inutile discutere sul perché e il per come, la classe dirigente e politica è così perché esprime fedelmente il livello del popolo che governa. Gli esempi sono tantissimi. Dalla cecità dimostrata dai governi
occidentali di fronte alla "primavera" araba, alla totale incomprensione
occidentale di fronte al problema Russia, dalla Siria alla Nigeria e prima ancora la Libia. I rischi per la pace mondiale sono enormi, ben peggio del post 11 settembre e nessuno sempra in grado di capirci nulla. Le potenze
mondiali sono rette da gente che è proprio scarsa e all'Onu si mettono a
far la guerra al Vaticano. Intanto i "nuovi diritti" stanno diventando legge ovunque. Ci avviciniamo al disastro immersi in un mare di mediocrità e nel
frattempo smembriamo l'uomo dalle fondamenta. Dell'Italia sappiamo
tutto, ma ricordiamo solo la vicenda dei marò che descrive benissimo il
livello, basso, bassissimo, della nostra azione politica internazionale.
Manca
proprio la stoffa, manca una visione lungimirante, manca la cultura.
Da
dove ripartire? Dalle uniche voci che si ergono qualche spanna sopra la
mediocrità generale: GPII, BXVI e Francesco.
Pubblicato su Hyde Parlk Corner il 9 maggio 2014
In questo spazio raccolgo idee, commenti e le "lettere al Direttore" che mi è capitato di inviare ai giornali. Poiché quasi mai le pubblicano, ho pensato che un posticino sul web potevano comunque meritarlo.
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lunedì 12 maggio 2014
mercoledì 10 aprile 2013
A proposito di felpe...
Quando è nata la mia seconda figlia mi hanno regalato una maglietta con stampata una foto che ritrae la mia famiglia al completo. Io e mio figlio seduti sul letto dell'ospedale con mia moglie che tiene in braccio la piccola venuta al mondo poche ore prima. Sorridiamo tutti (la piccola no, lei stava urlando). Di solito la metto quando vado in vacanza. Stavo programmando un weekend a Parigi per la fine di maggio. La posso mettere in valigia o mi porto solo quella di Springsteen autografata? Purtroppo non possiedo magliette di Elton John, Boy George, George Michael e nemmeno di Freddie Mercury, ma neanche di Tiziano Ferro o Ricky Martin.
Vedi Felpa criminale, Il Foglio.it, 10 aprile 2013
Vedi Felpa criminale, Il Foglio.it, 10 aprile 2013
venerdì 2 maggio 2008
Gianfranco Fini è anche lui un ateo devoto? O è nato a Ratisbona?
Ho ascoltato quasi per caso il discorso di insediamento di Gianfranco Fini alla presidenza della Camera dei Deputati. A bocca aperta.
I commenti che ho letto e sentito erano tutti incentrati sulla pacificazione nazionale, sul 25 aprile, sulla legislatura costituente, sull'omaggio al tricolore.
Quasi nessuno si è soffermato sui punti più eclatanti e, in parte, stupefacenti, del discorso di Fini. L'omaggio a Benedetto XVI e l'affondo sul relativismo culturale.
Le parole del neo Presidente della Camera sembrano tratte da un editoriale de Il Foglio, sembrano un commento del Giulianone al discorso del Papa alla Sapienza o a quello di Ratisbona.
Prima definisce Benedetto XVI
Poi arriva a dire:
Ancora sul relativismo:
Infine sull'educazione:
O Fini è un furbone (lo è certamente, come lo è ogni politico) che ha preparato o fatto preparare un discorso che in mezzo alla solita accozzaglia di inevitabili luoghi comuni è riuscito a ficcare argomenti "che tirano", apprezzati da tutta quella parte di popolo italiano che alla "tradizione cattolica" credono ancora o è mezzo impazzito.
Relativismo culturale, educazione, radici cristiane sono certamente espressioni di moda e in molti se ne sono riempiti la bocca. Ma qui non sono state usate in un comizio o da Vespa, sono state usate in Parlamento, da uno che "ha convintamente sostenuto la Legge 40".
C'è un effettivo stridore se si confronta quanto ha detto Fini con il discorso di Schifani al Senato (con i soliti "sarò il presidente di tutti" e amenità varie). Quella di Fini è una rivoluzione copernicana, un inizio impensabile sia per lui sia guardando la storia degli ultimi anni.
Da un governo nazionale che non è riuscito a proteggere minimamente il Papa nei giorni dello sconcio della Sapienza (i "cattolici adulti" che governavano l'Italia hanno lasciato il Papa, massimo esponente della religione che ha fatto la storia del paese e massimo autorità di uno stato sovrano, a vedersela da solo con l'affronto che gli veniva rivolto in uno dei luoghi simbolo della cultura italiana, quasi non fossero fatti loro) e quando è stato strumentalizzata la sua parola da parte di tutto il mondo musulmano (governi compresi) ai tempi della lectio di Ratisbona, a un Presidente della Camera che cambia pagina e pone al centro dell'attività politica e parlamentare alcune delle questioni su cui Benedetto XVI ha tanto insistito.
Cioè, entra l'idea che anche in politica e nelle istituzioni si possa usare la ragione nel modo corretto, attraverso l'"ipotesi della possibilità". Il problema non è l'ingerenza o meno della Chiesa e della religione nella vita pubblica, ma verificare se quanto ha da dire e da dare il cristianesimo sia preso in considerazione in modo aperto, senza pregiudizi. Laicità dello stato senza paraocchi insomma. Una intuizione che Giuliano Ferrara ha avuto da tempo.
Non ho la minima idea se Fini crede davvero alle parole che ha detto e magari è solo reclame. Certo è che le ha dette da terza carica dello Stato, a Montecitorio, all'inizio di una legislatura e di una fase poilitica che ci deve dire, tra le altre cose, se la laicità dello Stato è uno slogan o è una cosa seria. Se è una cosa seria si deve usare il termine "laicità" nel modo corretto e la politica ci deve far sapere se intende farlo. Quello di Fini è un inizio, passato sotto silenzio, ma decisamente sorprendente.
I commenti che ho letto e sentito erano tutti incentrati sulla pacificazione nazionale, sul 25 aprile, sulla legislatura costituente, sull'omaggio al tricolore.
Quasi nessuno si è soffermato sui punti più eclatanti e, in parte, stupefacenti, del discorso di Fini. L'omaggio a Benedetto XVI e l'affondo sul relativismo culturale.
Le parole del neo Presidente della Camera sembrano tratte da un editoriale de Il Foglio, sembrano un commento del Giulianone al discorso del Papa alla Sapienza o a quello di Ratisbona.
Prima definisce Benedetto XVI
[...] guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano e indiscussa autorità morale per il mondo intero, come dimostrato anche dal suo recente, mirabile discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Poi arriva a dire:
La laicità delle istituzioni è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia parlamentare ed è proprio nel nome di tale principio che il Parlamento deve saper riconoscere il ruolo fondamentale che nell’arco dei secoli la religione cristiana ha avuto e ha tuttora nella formazione e nella difesa della identità culturale della nostra patria. [...]
Ancora sul relativismo:
La minaccia (alla libertà, ndr) non viene di certo dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, che sono ormai sepolte con il Novecento che le ha generate. I rischi per la nostra libertà sono oggi di tutt’altra natura. L’insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole. La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è .
Infine sull'educazione:
Essere consapevoli di questo pericolo e sventarlo è dovere primario della politica, se davvero vuole onorare il suo primato. Ed è compito delle istituzioni ed in primis del Parlamento riconoscere e valorizzare il ruolo centrale che, nella difesa della libertà autenticamente intesa, hanno l’educazione dei giovani e la diffusione del sapere.
O Fini è un furbone (lo è certamente, come lo è ogni politico) che ha preparato o fatto preparare un discorso che in mezzo alla solita accozzaglia di inevitabili luoghi comuni è riuscito a ficcare argomenti "che tirano", apprezzati da tutta quella parte di popolo italiano che alla "tradizione cattolica" credono ancora o è mezzo impazzito.
Relativismo culturale, educazione, radici cristiane sono certamente espressioni di moda e in molti se ne sono riempiti la bocca. Ma qui non sono state usate in un comizio o da Vespa, sono state usate in Parlamento, da uno che "ha convintamente sostenuto la Legge 40".
C'è un effettivo stridore se si confronta quanto ha detto Fini con il discorso di Schifani al Senato (con i soliti "sarò il presidente di tutti" e amenità varie). Quella di Fini è una rivoluzione copernicana, un inizio impensabile sia per lui sia guardando la storia degli ultimi anni.
Da un governo nazionale che non è riuscito a proteggere minimamente il Papa nei giorni dello sconcio della Sapienza (i "cattolici adulti" che governavano l'Italia hanno lasciato il Papa, massimo esponente della religione che ha fatto la storia del paese e massimo autorità di uno stato sovrano, a vedersela da solo con l'affronto che gli veniva rivolto in uno dei luoghi simbolo della cultura italiana, quasi non fossero fatti loro) e quando è stato strumentalizzata la sua parola da parte di tutto il mondo musulmano (governi compresi) ai tempi della lectio di Ratisbona, a un Presidente della Camera che cambia pagina e pone al centro dell'attività politica e parlamentare alcune delle questioni su cui Benedetto XVI ha tanto insistito.
Cioè, entra l'idea che anche in politica e nelle istituzioni si possa usare la ragione nel modo corretto, attraverso l'"ipotesi della possibilità". Il problema non è l'ingerenza o meno della Chiesa e della religione nella vita pubblica, ma verificare se quanto ha da dire e da dare il cristianesimo sia preso in considerazione in modo aperto, senza pregiudizi. Laicità dello stato senza paraocchi insomma. Una intuizione che Giuliano Ferrara ha avuto da tempo.
Non ho la minima idea se Fini crede davvero alle parole che ha detto e magari è solo reclame. Certo è che le ha dette da terza carica dello Stato, a Montecitorio, all'inizio di una legislatura e di una fase poilitica che ci deve dire, tra le altre cose, se la laicità dello Stato è uno slogan o è una cosa seria. Se è una cosa seria si deve usare il termine "laicità" nel modo corretto e la politica ci deve far sapere se intende farlo. Quello di Fini è un inizio, passato sotto silenzio, ma decisamente sorprendente.
mercoledì 16 aprile 2008
Lista pazza, idea pazza
Egregio Direttore,
passata l'abbuffata elettorale e digerite le delusioni (lista pazza allo zero virgola) e le soddisfazioni (soprattutto l'idea di non vedere più Boselli in mezzo al "panino" nei telegiornali), Le scrivo per ringraziarlLa anch'io per l'idea pazza della moratoria sull'aborto.
In questi due giorni immagino che siano stati molti a ricordarLe "te l'avevo detto" (ad esempio Michele Brambilla su Il Giornale di oggi) e che sia dura reggere tante affettuose pacche sulle spalle da parte di coloro che, pur sostenendo l'idea pazza, avevano gufato, magari anche bonariamente, contro la lista pazza.
Io non mi aggiungo a questi (anche perché la lista pazza l'ho votata) e non saprei dire se è stato un errore o meno. In realtà non credo nemmeno sia importante.
Le chiedo solo di non fermarsi a questo, al presunto errore della lista, ma di ripartire da tutto quello che è comparso sul Suo giornale in questi ultimi mesi, dalla mole di testimonianze e dalla speranza che in molti ha suscitato l'idea pazza.
Per la politica, invece, forse si può iniziare a chieder conto dell'aiuto e dell'appoggio che in molti hanno promesso alla moratoria pur non condividendo o osteggiando la lista. Le elezioni le hanno vinte loro, hanno il potere, hanno un bel po' di spazio nei media, che inizino a esercitarlo in nome di tali promesse (sempre il buon Brambilla). Da questo si riconoscono gli amici: non dalle pacche sulle spalle, ma da quanto si sporcano le mani. Io, per quel poco che posso, La sosterrò adesso più di prima, leggendo e diffondendo Il Foglio e ascoltando le parole di Benedetto XVI, l'unico al mondo d'oggi che riesce a guardare alla realtà nella sua interezza, senza perdere pezzi, perché usa la ragione e non la separa schizofrenicamente dall'affettività.
Lettera inviata a Il Foglio il 16 aprile 2008, non pubblicata.
passata l'abbuffata elettorale e digerite le delusioni (lista pazza allo zero virgola) e le soddisfazioni (soprattutto l'idea di non vedere più Boselli in mezzo al "panino" nei telegiornali), Le scrivo per ringraziarlLa anch'io per l'idea pazza della moratoria sull'aborto.
In questi due giorni immagino che siano stati molti a ricordarLe "te l'avevo detto" (ad esempio Michele Brambilla su Il Giornale di oggi) e che sia dura reggere tante affettuose pacche sulle spalle da parte di coloro che, pur sostenendo l'idea pazza, avevano gufato, magari anche bonariamente, contro la lista pazza.
Io non mi aggiungo a questi (anche perché la lista pazza l'ho votata) e non saprei dire se è stato un errore o meno. In realtà non credo nemmeno sia importante.
Le chiedo solo di non fermarsi a questo, al presunto errore della lista, ma di ripartire da tutto quello che è comparso sul Suo giornale in questi ultimi mesi, dalla mole di testimonianze e dalla speranza che in molti ha suscitato l'idea pazza.
Per la politica, invece, forse si può iniziare a chieder conto dell'aiuto e dell'appoggio che in molti hanno promesso alla moratoria pur non condividendo o osteggiando la lista. Le elezioni le hanno vinte loro, hanno il potere, hanno un bel po' di spazio nei media, che inizino a esercitarlo in nome di tali promesse (sempre il buon Brambilla). Da questo si riconoscono gli amici: non dalle pacche sulle spalle, ma da quanto si sporcano le mani. Io, per quel poco che posso, La sosterrò adesso più di prima, leggendo e diffondendo Il Foglio e ascoltando le parole di Benedetto XVI, l'unico al mondo d'oggi che riesce a guardare alla realtà nella sua interezza, senza perdere pezzi, perché usa la ragione e non la separa schizofrenicamente dall'affettività.
Lettera inviata a Il Foglio il 16 aprile 2008, non pubblicata.
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venerdì 18 gennaio 2008
Sapienza layca
Egregio Direttore,
ieri un lettore paventava l'ipotesi che i "layci" studenti contestatori della Sapienza potrebbero diventare i futuri maestri, i futuri docenti dell'ateneo romano.
Vorrei rassicurare tutti su questo punto. Penso che, fortunatamente, non diventeranno
professori universitari. La faccenda è meno grave: diventeranno parlamentari (ma solo dopo un lungo tirocinio come magistrati o giornalisti).
Lettera inviata a Il Foglio il 18 gennaio 2008, non pubblicata.
ieri un lettore paventava l'ipotesi che i "layci" studenti contestatori della Sapienza potrebbero diventare i futuri maestri, i futuri docenti dell'ateneo romano.
Vorrei rassicurare tutti su questo punto. Penso che, fortunatamente, non diventeranno
professori universitari. La faccenda è meno grave: diventeranno parlamentari (ma solo dopo un lungo tirocinio come magistrati o giornalisti).
Lettera inviata a Il Foglio il 18 gennaio 2008, non pubblicata.
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venerdì 13 ottobre 2006
Ma Prodi da che parte starebbe a Lepanto?
Egregio Direttore,
mi preoccupa sempre più l'atteggiamento del nostro Presidente del Consiglio. Per la prima volta in molti anni di carriera ha assunto una chiara iniziativa di politica estera: si sta proponendo come interlocutore privilegiato nel dialogo oriente-occidente. Lodevole iniziativa, ha molti illustri predecessori in questo
ruolo.
Il problema è che non lo fa dalla parte dell'occidente, ma dall'altra.
La visita a Benedetto XVI lo dimostra. Prodi è andato a spiegare al Pontefice cos'è il dialogo tra le religioni, cioè cos'è il dialogo tra le religioni visto da parte islamista. Avrebbe detto che non è il momento di "pronunciare discorsi, ma di costruire ponti di cooperazione, di dialogo, di lavoro e di partecipazione".
Capito Ratzinger? Le "lectio magistralis" a Ratisbona ostacolano la costruzione di ponti nel Mediterraneo.
Inoltre: "Dobbiamo lavorare insieme per creare nuovi orizzonti". Insieme, cioè "noi" e voi cattolici.
Prodi è andato a rendere conto della sua iniziativa al suo pubblico: quello di Al Arabiya. Aveva paura di offendere gli arabi se fosse andato in Vaticano senza prima avvertirli?
Eravamo abituati a vedere i presidenti e i segretari di stato statunitensi in giro per il mondo ad esportare la democrazia americana. Oggi è Prodi che esporta la democrazia filo-islamista e si reca in visita a un paese straniero trattando il suo sovrano come fosse il governante di uno stato (quasi) canaglia.
Prodi è un cattolico adulto, può permettersi di andare dal Papa a dirgli come si dialoga tra le religioni. Il problema è che Prodi come musulmano è ancora un adolescente e i musulmani adulti, quelli veri, se lo rigirano come vogliono.
Prodi prima non difende in alcun modo il Papa dagli attacchi subiti dopo la lezione di Ratisbona e dice di non vedere rischi da parte islamica, poi addirittura lo istruisce sui temi della correttezza politica e religiosa.
Questa visita Oltretevere del Presidente Prodi mi è sembrata peggio della breccia di Porta Pia, più dannosa per la Chiesa, ma soprattutto più devastante per la nostra Italia, per la nostra cultura e la nostra storia.
Ci ritroveremo tutti a Lepanto?
Lettera inviata a Il Foglio il 13 ottobre 2006, non pubblicata.
mi preoccupa sempre più l'atteggiamento del nostro Presidente del Consiglio. Per la prima volta in molti anni di carriera ha assunto una chiara iniziativa di politica estera: si sta proponendo come interlocutore privilegiato nel dialogo oriente-occidente. Lodevole iniziativa, ha molti illustri predecessori in questo
ruolo.
Il problema è che non lo fa dalla parte dell'occidente, ma dall'altra.
La visita a Benedetto XVI lo dimostra. Prodi è andato a spiegare al Pontefice cos'è il dialogo tra le religioni, cioè cos'è il dialogo tra le religioni visto da parte islamista. Avrebbe detto che non è il momento di "pronunciare discorsi, ma di costruire ponti di cooperazione, di dialogo, di lavoro e di partecipazione".
Capito Ratzinger? Le "lectio magistralis" a Ratisbona ostacolano la costruzione di ponti nel Mediterraneo.
Inoltre: "Dobbiamo lavorare insieme per creare nuovi orizzonti". Insieme, cioè "noi" e voi cattolici.
Prodi è andato a rendere conto della sua iniziativa al suo pubblico: quello di Al Arabiya. Aveva paura di offendere gli arabi se fosse andato in Vaticano senza prima avvertirli?
Eravamo abituati a vedere i presidenti e i segretari di stato statunitensi in giro per il mondo ad esportare la democrazia americana. Oggi è Prodi che esporta la democrazia filo-islamista e si reca in visita a un paese straniero trattando il suo sovrano come fosse il governante di uno stato (quasi) canaglia.
Prodi è un cattolico adulto, può permettersi di andare dal Papa a dirgli come si dialoga tra le religioni. Il problema è che Prodi come musulmano è ancora un adolescente e i musulmani adulti, quelli veri, se lo rigirano come vogliono.
Prodi prima non difende in alcun modo il Papa dagli attacchi subiti dopo la lezione di Ratisbona e dice di non vedere rischi da parte islamica, poi addirittura lo istruisce sui temi della correttezza politica e religiosa.
Questa visita Oltretevere del Presidente Prodi mi è sembrata peggio della breccia di Porta Pia, più dannosa per la Chiesa, ma soprattutto più devastante per la nostra Italia, per la nostra cultura e la nostra storia.
Ci ritroveremo tutti a Lepanto?
Lettera inviata a Il Foglio il 13 ottobre 2006, non pubblicata.
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