martedì 30 giugno 2026

Una sola firma, tre giornalisti

Che ci si debba fidare sempre meno della stampa ormai mi sembra palese. Pochi sono i giornalisti che fanno davvero un serio lavoro di ricerca e pochissimi sono quelli che "stanno sul pezzo", cioè informano, senza far passare per cronaca quello che in realtà è un giudizio precostituito. 

Un caso esemplare è rappresentato da apprende in rete è uno psicologo, giornalista alla Radio Vaticana e collaboratore del quotidiano Avvenire, specializzato sui temi dell’informazione religiosa e della psicologia della comunicazione. Insomma un esperto di roba cattoqualcosa. Non lo conoscevo, non ne avevo mai sentito parlare e dubito di aver mai letto prima qualcosa di suo. Ultimamente il nostro è intervenuto in un acceso dibattito su quanto avvenuto, ormai quasi una decina di anni fa, al Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

L'Istituto Giovanni Paolo II, la sua storia e mons. Vincenzo Paglia

Di seguito, per chi ha pazienza, tento di ripercorrere brevemente la vicenda. Chi la conosce può saltare tutto, perché l'argomento del post non è l'Istituto, ma il giornalismo religioso nell'era internettiana. Però è necessario chiarire il contesto.

Cos'è l'Istituto Giovanni Paolo II? Si tratta, in buona sostanza, di un istituto universitario cattolico, ospitato nel complesso dell'Università Lateranense a Roma, che rilascia titoli di studio universitari e dottorati. Fu fondato nel 1981 da san Giovanni Paolo II in persona con l'idea di approfondire nella Chiesa cattolica il tema del matrimonio e della famiglia con un metodo più scientifico e offrire a laici, presbiteri e religiosi una formazione più solida sul tema della famiglia e di tutto quello che ci gira  attorno (morale sessuale, procreazione, ma non solo...). Il tutto nasceva in un'epoca in cui la famiglia, quella che oggi chiameremmo "tradizionale", si stava sempre più sfaldando e aveva smesso, per la verità ormai da tempo, di essere il fulcro fondante della società occidentale. Si pensi solo ai due referendum italiani che avevano dato il via libera definitivo al divorzio e all'aborto. Ecco, papa Wojtyła era salito sul soglio di Pietro proprio nel pieno del dibattito sull'aborto e pochi mesi dopo che in Italia era stata varata la legge 194 poi confermata nel 1981 da un dibattutissimo referendum.

Giovanni Paolo II, dopo un paio di anni che era a Roma, convocò la V assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che si tenne dal 26 settembre al 25 ottobre 1980 sul tema La famiglia cristiana. Il frutto di quel lavoro, a cui evidentemente il Papa polacco teneva molto, fu l'esortazione apostolica Familiaris consortio, pubblicata nel novembre del 1981. Un testo fondamentale, che sulla scia dell'Humanae vitae di san Paolo VI, approfondiva anche teologicamente e dottrinalmente il tema della famiglia e di tutti gli aspetti che il mondo moderno e modernista aveva e stava continuando a distruggere rispetto a quanto insegnato da millenni dalla Chiesa. Il papa, dopo il sinodo, creò il Pontificio Consiglio per la Famiglia e poco dopo l'Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia a cui diede forma definitiva nel 1982 con la costituzione apostolica Magnum Matrimoniii Sacramentum. Giovanni Paolo II ci teneva molto, evidentemente, tanto che decise di dare all'istituto il suo nome. Un segno forte, decisivo, che lasciava intendere che per lui, e quindi per la Chiesa, si trattava di qualcosa di molto, molto importante.

Bene. L'Istituto GPII crebbe e fece la sua strada per più di 35 anni, retto da teologi e personalità di rilievo come Carlo Cafarra, Angelo Scola e da ultimo Livio Melina, teologo morale che aveva completato la sua formazione proprio all'Istituto e come collaboratore di Joseph Ratzinger quando il futuro Papa era prefetto per la Dottrina della fede. Il teologo tedesco, pur senza partecipare mai direttamente alla vita dell'Istituto, era stato certamente incaricato da Giovanni Paolo II di tenerlo d'occhio. Peraltro lo zampino dell'Istituto è presente in diversi testi del Papa polacco, compresa l'enciclica Veritatis splendor del 1993 dedicata proprio alla teologia morale, materia fondamentale anche nei corsi di studi dell'Istituto.

Insomma l'Istituto viaggiava saldamente sulla scia dell'insegnamento di Giovanni Paolo II, ben sorvegliato da quello che è, senza se e senza ma, uno dei più importante teologi del XX secolo.

Arriviamo a papa Francesco che nel 2014 convocò il sinodo straordinario sul tema Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell'evangelizzazione in preparazione a quello ordinario dell'anno successivo sul tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Il frutto di tanto lavoro (due sinodi sul tema della famiglia!) fu l'esortazione apostolica Amoris laetitia pubblicata nel 2016. Documento discusso e addirittura contestato soprattutto per il modo secondo alcuni troppo "morbido" con cui veniva affrontato il tema dei divorziati risposati (ma anche su altre questioni ritenute da molti alti prelati e teologi piuttosto problematiche da un punto di vista dottrinale). La cosa curiosa è che nessun docente o ricercatore dell'Istituto Giovanni Paolo II fu invitato ai lavori dei due sinodi. E' strano, perché nelle intenzioni di san Giovanni Paolo II a quello doveva servire l'Istituto, cioè approfondire il tema della famiglia, aiutando in questo proprio il Papa e tutta la Chiesa e quindi, perché no, anche chi partecipa a un sinodo su questo argomento.. E di gente esperta sul tema, nell'Istituto, ce n'era parecchia. Ma furono esclusi, lasciati fuori.

Probabilmente monsignor Melina e i suoi non la presero proprio bene e certamente furono piuttosto critici nel commentare l'Amoris laetizia e in Vaticano la cosa non piacque. Nel 2016  mons. Vincenzo Paglia fu nominato presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II. Contemporaneamente il ruolo di preside dell'Istituto fu dato a Pierangelo Sequeri al posto di Melina. L'anno dopo, chiaramente sotto l'impulso di Paglia, papa Francesco azzerò l'Istituto, ricreandolo con un nuovo nome, Pontificio Istituto Teologico "Giovanni Paolo II" per le Scienze del matrimonio e della famiglia. Melina fu di fatto allontanato e per farlo fu addirittura eliminata dal programma di studi la sua cattedra di Teologia morale. Cioè, è come se in un corso di ingegneria si eliminasse Analisi  o Fisica, cioè le basi per capire tutto il resto. Con lui furono in un modo o nell'altro allontanati molti professori della vecchia guardia fedele a san Giovanni Paolo II, tra cui il filosofo polacco Stanisław Grygiel, grande amico di Wojtyła, e la moglie Ludmila, messi alla porta nel 2019.

Il nuovo corso riguardante tutte le questioni su famiglia, morale, sessualità, ecc. fu quindi dato in mano a Paglia, già vescovo di Terni-Narni-Amelia e prima ancora assistente ecclesiastico generale della comunità di Sant'Egidio, noto, tra le tante, per le sue posizioni di apertura nei confronti delle coppie non "tradizionali" per le quali aveva chiesto in passato una qualche forma di riconoscimento. Paglia, da vescovo, è noto anche per aver fatto realizzare a Terni un affresco dichiaratamente omoerotico nel quale, pare, si era persino fatto ritrarre seminudo. Sequeri invece, con un curriculum da teologo quale preside della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, passerà alla storia soprattutto per essere l'autore della celeberrima canzone Symbolum '77 (sì, è proprio quella: "Tu sei la mia vita, altro io non ho...").

A tutti questi cambiamenti parvero una rivoluzione totale, un cambio di paradigma e di linea non solo pastorale, ma pure dottrinale. Ci furono persino proteste e raccolte di firma da parte degli studenti dell'Istituto e, a quanto pare, alcuni benefattori (quelli che servono per far andare avanti le cose e a pagare gli stipendi ai professori e le borse di studio a molti studenti) ritirarono l'appoggio all'Istituto che non si sa bene, oggi, come campi.

Qui finisce il lungo preambolo...

Bene, dopo quasi un decennio dalla rivoluzione messa in atto nell'Istituto Giovanni Paolo II e voluta da papa Francesco, il buon Paglia ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti facendosi intervistare dal sito di informazione religiosa dei dehoniani SettimanaNews. Le parole del vescovo, che dice espressamente, riferendosi all'Istituto, "Bisognava ricrearlo", hanno suscitato un certo dibattito. Soprattutto perché mons. Melina, il preside "destituito", si è sentito in dovere di rispondere punto su punto, teologicamente e dottrinalmente. Anche dall'accusa di Paglia che, in buona sostanza, dice che la vecchia classe dirigente dell'Istituto fosse nemica di papa Francesco. Paglia, nell'intervista, la mette giù dura, senza peli sulla lingua. Si capisce che per lui chi dirigeva la baracca era il nemico di cui liberarsi per far trionfare una nuova visione, più moderna e ampia, della morale familiare.

La risposta di Melina viene pubblicata, tra gli altri, da un altro sito cattolico, La Nuova Bussola Quotidiana, che è stato sempre molto critico nei confronti di Paglia, della Amoris Letitia e a ben vedere pure di papa Francesco. Sul sito appare anche un articolo di Tommaso Scandroglio in cui si ripercorre la vicenda e si commenta la risposta di Melina. Poi il sito pubblica un commento alla risposta di Melina scritto del nostro Fabrizio Mastrofini e la risposta del direttore della Nuova Bussola Riccardo Cascioli.

Qualche giorno dopo Mastrofini, un tempo portavoce di mons. Paglia, scrive un articolo sul sito SettimanaNews, lo stesso che aveva intervistato Paglia. Lo stesso giorno compare un altro articolo dello stesso autore sul sito de L'Unità, un tempo organo ufficiale del Partito Comunista Italiano.

Ora, tralasciando la lunga vicenda a cui ho pur lungamente accennato, la cosa interessante sono i tre testi di Mastrofini: la lettera/commento sulla Nuova Bussola, l'articolo su SettimanaNews e quello su L'Unità.

venerdì 5 giugno 2026

Talento


Non ho mai capito perché, per alcuni, debba esistere l'automatismo per cui se il buon Dio ti ha dato un talento, ad esempio scrivere belle canzoni, cantare bene, saper recitare davanti a una macchina da presa, scrivere belle poesie, abbia poi esagerato dandoti anche il talento di dire cose intelligenti. Addirittura con la pretesa che il pubblico le ascolti e le capisca.

Un plauso al De Gregori consapevole che questo automatismo non esiste. Paola Cortellesi invece non ce l'ha ancora chiaro.

sabato 4 aprile 2026

La lost generation del calcio italiano

 


 
Egr. Direttore,
un’intera generazione di ragazzi non ha potuto vedere, e non vedrà, la nazionale italiana di calcio giocare un Mondiale. In realtà è anche peggio, quelli che hanno meno di vent’anni non hanno mai visto la Ferrari vincere un mondiale di F1. Però hanno visto un italiano vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nei 100 metri, un’italiana vincerne una nella ginnastica artistica, la squadra italiana di pallavolo femminile vincerne un’altra, un italiano vincere Wimbledon e, con la squadra, due coppe Davis, hanno visto la squadra italiana di rugby a 15 vincere con Sudafrica, Australia e Inghilterra e quella di baseball, roba recentissima, vincere contro gli USA. Hanno potuto anche, da piccoli, vedere la coda della carriera di Valentino Rossi e i suoi ultimi mondiali in MotoGP. In F1 no, però hanno potuto assistere alla vittoria di una (anzi tre) vetture Ferrari a Le Mans. Insomma, alla lost generation del calcio italiano poteva andare anche peggio e si sono divertiti lo stesso, anche senza pallatonda. E noi post-boomer, che c’eravamo, possiamo finalmente superare il ricordo nostalgico e retorico del Mundial spagnolo, delle notti magiche inseguendo un gol e del cielo sopra Berlino e, con i nostri ragazzi, andare avanti. Forse, chissà, di questo dobbiamo ringraziare Macedonia del Nord, Svezia e Bosnia Erzegovina.
 

mercoledì 22 ottobre 2025

Codice Rosso del Codacons



Il Codacons chiede che siano ritirate tutte le onorificenze assegnate a Jannik Sinner per la sua decisione di non partecipare con la squadra italiana alla prossima fase finale di Coppa Davis. Ormai il tono che si usa, non solo in politica a quanto pare, è sempre più apocalittico. Che sia Gaza, Ucraina, governo Meloni, Trump oppure il tennis, si fa gara a chi la spara più grossa. Usando una frase fatta, si è perso il senso della misura. Che quelli di Codacons si siano dimostrati un filino ingenerosi nei confronti di Sinner mi sembra fuor di dubbio. Anche a me apprendere che il giocatore altoatesino ha rinunciato a giocare in Davis è dispiaciuto, ma in fondo solo perché senza di lui so che è difficile che si possa fare il triplete. Sì, perché l'Italia ha vinto nel 2023 e nel 2024 per due volte di fila la prestigiosa competizione, come non capitava a nessuno da 11 anni e per avere più di due vittorie consecutive bisogna risalire ai primi anni settanta quando ancora la coppa era una questione riservata a USA e Australia. E ricordando che l'Italia aveva vinto la Davis una sola volta prima, nel 1977, con gli italianissimi Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli guidati da Pietrangeli. Sia chiaro che se abbiamo vinto due volte di fila lo dobbiamo quasi solo a Sinner, percepito evidentemente come poco italiano da chi lo attacca oggi. E poi dovremmo aggiungere gli slam vinti sotto bandiera italiana, le Finals, la moltitudine di tornei vinti e il non trascurabile fatto di essere stato il primo e unico tennista italiano in vetta al ranking mondiale del gioco. Bazzeccole, e poi fa troppa réclame. Per superare l'idiosincrarsia suscitata in taluni dal colore dei capelli di Sinner e dal suo accento poco romanesco, evidentemente, lui deve fare qualcosa di più, non basta aver dimostrato di essere per distacco il miglior tennista italiano di sempre. Se fossi in Sinner, parafrasando il grande colonnello Nathan R. Jessep di "Codice d'onore", risponderei una cosa del tipo: "Per voi non sono altro che una barzelletta [cioè un mezzo italiano]. Io non ho né il tempo né la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un italiano che passa la sua vita a guardarmi in TV mentre vinco tornei e poi contesta il modo in cui lo faccio. Preferirei che mi dicesse la ringrazio e se ne andasse per la sua strada; altrimenti gli suggerirei di prendere una racchetta e di mettersi a palleggiare contro Alcaraz. In un modo o nell'altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano i suoi diritti!"

venerdì 10 ottobre 2025

Gli uomini preferiscono le bionde




Pensavo che il peggio del peggio fosse essere bianco, maschio, eterosessuale e cattolico (o peggio ebreo). Ma si sta affermando una nuovo tendenza: anche chi è bianca, bionda, carina e tendenzialmente di destra non può aver avere posto alla tavola della elite antropologicamente superiore, e quindi  sul palco di un teatro lirico. D'altra parte avevano già fatto fuori J.K. Rowling.

mercoledì 8 ottobre 2025

Nicea



Quando ho letto del primo viaggio apostolico programmato da Leone XIV ho pensato: "ma cosa ci va a fare in Turchia?" Poi ho letto meglio: il Papa non va in Turchia, va a Nicea. Come spiegato nella bella mostra al Meeting di Rimini di quest'anno, il famoso Concilio di Nicea del 325 è stato uno dei momenti decisivi e fondanti per la Chiesa: i padri conciliari stabilirono che Cristo non era un po' uomo, un po' no, un po' Dio un po' no, un di questo e un po' di quello a seconda dell'umore. Fecero chiarezza, quella chiarezza che forse manca un po' oggi (e non solo dentro la Chiesa a dirla proprio tutta...).

L'articolo di Francesco Ognibene pubblicato oggi sul sito di Avvenire è intitolato "Il Papa va in Medio Oriente sulla rotta della pace" e parla di un "Papa pellegrino sulla soglia della guerra": sostanzialmente sembra dire che Leone va da quelle parti a portare un messaggio di pace per quei posti martoriati (Libano compreso). A leggere l'articolo, in fondo, sembra quasi che il Papa avrebbe fatto prima a imbarcarsi sulla Flotilla con Greta. Io non sono l'esegeta del Papa, ma mi par chiaro che il Papa va a Nicea per ricordare a tutta la Chiesa e a tutti gli uomini che la speranza, non solo per la pace, ma per ogni uomo, in ogni momento della sua vita, non è tanto il non litigare, l'andare tutti beatamente d'accordo. La sola e unica speranza è Cristo, è quell'Incontro reso possibile da 2000 e rotti anni e sperimentabile anche oggi, da chiunque. Se il quotidiano dei vescovi italiani riesce essere così poco chiaro sul perché un Papa va in giro per il mondo, significa che davvero è necessario un nuovo Concilio a Nicea (o dove si vuol farlo), per fare chiarezza, anche a beneficio di Avvenire e della CEI, perché dopo 1700 anni forse serve. Altrimenti a qualcuno può venire in mente che, visto che c'è, Leone potrebbe portarsi dietro un paio di container di aiuti umanitari da sbarcare a Gaza.

giovedì 2 ottobre 2025

Sciopero responsabile



Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, ha deciso di aderire alla sciopero della CGIL a sostegno della Flotillia, ma con una modalità particolare: scioperiamo, ma continuiamo a dare le notizie "con responsabilità" come contributo "per la pace, la libertà e i diritti umani". Cioè, cari giornalisti Rai, avete capito quali sono le notizie che dovete dare? Ve le ha suggerite il sindacato. Sia mai che a qualcuno venga in mente di dire in un notiziario che occupare università, stazioni, scuole, aeroporti non sia del tutto lecito.