Gli evidenti insuccessi nostrani in Pro12 e in parte della nazionale al 6 Nazioni e, sempre, al mondiale, non sono solo frutto di errori della FIR o di strategie sbagliate. Il punto è semplicemente che il rugby in Italia interessa in modo del tutto marginale anche se agli appassionati piace pensare il contrario. A livello internazionale siamo esattamente dove ci spetta di essere in base a ciò che è il nostro movimento e in base all'interesse che il rugby suscita da noi.
Più di 10 anni fa assistevo alle partite del Petrarca nell'unico stadio italiano votato specificatamente al rugby. Semifinale del campionato e forse 1.000 spettatori di cui la maggior parte di Calvisano (o forse era Parma, non ricordo). Oggi il Petrarca gioca in un impianto grande un decino e gli spettatori sono paragonabili a quelli di una partita di calcio di Promozione. Il Padova in serie D fa più spettatori di quelli che fanno le squadre di rugby, baseball (IBL), pallanuoto (campione d'Italia femminile pochi giorni fa) e pallavolo della città messe insieme. E questo vale per una città che è da sempre uno dei motori del rugby italiano, che è tradizionalmente tra le più aperte per gli sport "minori". Anche Padova è cambiata: un posto dove il calcio interessava, in proporzione, in maniera minore rispetto ad altri è oggi totalmente coinvolto con la serie D. Altrove, un gigante dell'investimento sportivo come Benetton a Treviso si è defilato: meno soldi, meno investimenti nello sport (via la F1, via la pallavolo, via il basket, si è salvato solo il rugby, ringraziamo la famiglia Benetton). Aver spostato quei 15-20 giocatori italiani di livello in due squadre in Pro12 è stata una opportunità che avrebbe dovuto rendere più forte la nazionale che, tutto sommato, qualche successo mediatico in questi ultimi 10-15 anni l'ha avuto. Però non è bastato a trainare il movimento come si sperava. La nazionale non vince e non cresce perché il movimento professionistico che dovrebbe farle da serbatoio non cresce. Il serbatoio pro non cresce perché il campionato italiano è mediocre. Il campionato italiano è mediocre perché nessuno va a vedere le partite e quindi non arrivano i soldi che fanno crescere movimento, squadre, campionati e nazionale. Guardate il sito web della Gazzetta: il primo sport italiano è il calcio, il secondo è il calcio estero (Liga e Premier e ora anche MLS e Bundesliga); al terzo posto più o meno a parimerito NBA, F1 e tennis (tutta roba che per vederla serve Sky). Rimane un po' di ciclismo e un po' di MotoGP finché c'è Valentino, poi sparirà. Il resto è gossip su Balotelli, su Tavecchio, sulle fidanzate di CR7, sulla Vonn e su Tiger Woods. Lo sport italiano è in declino da anni, tutto. Pure il calcio, che decresce nei valori assoluti (risulati, spettatori, telespettatori e quindi soldi), ma che cresce nei valori relativi cannibalizzando qual poco che resta degli sport "minori" un tempo dignitosamente "benestanti" (volley, basket e rugby in particolare). I problemi sono IMHO due: il primo sono i soldi, ma qui c'è poco da fare se non ci sono; il secondo è banalmente drammatico: la scuola. Finché le riforme della scuola sono solo nell'ottica dei diritti sindacali degli insegnanti e la parola "educazione" non viene mai usata non se ne esce. Ovvio che in tal senso lo sport è solo il più piccolo degli ambiti della società che viene danneggiato... Portiamo sul serio lo sport a scuola? Bella idea! Insieme a educazione civica, sessuale, ambientale, stradale, sui diritti gender, a due lingue straniere, all'informatica e chissà cos'altro. Peccato che così non ci sia nemmeno più il tempo per imparare a far di conto e scrivere due frasi con un congiuntivo messo al posto giusto. In definitiva è meglio se il rugby italiano torna a un onesto dilettantismo e si mette sotto l'ombrello dei gruppi sportivi militari che sono ormai l'unica culla dello sport minore in Italia. Se le Fiamme Gialle si rompono le balle di finaziare gli sport di nicchia sono cavoli amari sul serio...
In risposta a Italiane fuori dal Pro12: una tragedia o una palla da prendere al balzo?
In questo spazio raccolgo idee, commenti e le "lettere al Direttore" che mi è capitato di inviare ai giornali. Poiché quasi mai le pubblicano, ho pensato che un posticino sul web potevano comunque meritarlo.
giovedì 21 maggio 2015
martedì 21 aprile 2015
Il califfo e la ruota della fortuna
Un terzo dei paesi musulmani è in guerra e ormai quasi tutto il medio
oriente è fuori controllo. Il califfo c'è, è nero e poco conciliante. Il
disatro è palese ed è vicinissimo a casa nostra. Nemmeno 700-800 morti
annegati vicino alle nostre spiagge un giorno sì e quello dopo pure
sembrano smuovere il nostro governo e il nostro parlamento che intanto
litigano sull'Italicum, cioè giocano a Wheel of Fortune. Il nostro
premier è quel che è, cioè un ex concorrente della Ruota della Fortuna
ed è riuscito a far mettere a capo della diplomazia europea una così
scarsa che persino Antonella Elia, quando era la valetta di Mike
Bongiorno, avrebbe detto cose meno ovvie. La Mogherini è fortunata,
nella mediocrità c'è sempre Laura Boldrini che la precede di una spanna.
Libia e il tesoretto del DEF
Qualcuno ammettera prima o poi il vero e unico motivo per cui non viene
fatta l'unica cosa che servirebbe per fermare le stragi del mare, andare
in Libia e piantarci le tende (per terra, sulla sabbia) con tutto
quello che ne consegue? E cioè che non ci sono i soldi per farlo? Usiamo
il tesoretto?
Google e l'Unione Europea
Personalmente
uso Google da circa 15 anni, cioè da quando abbandonai Yahoo! perché mi
aveva colpito la home page del nuovo motore di ricerca, bianca, pulita e
sobria. In questi 15 anni non ho mai tirato fuori una lira o un euro in
modo diretto per acquistare qualcosa dalla grande G. Nemmeno con le
mappe, con GMail, con Books e con YouTube o con qualunque dei millemila
servizi offerti dalla società di Mountain View. Ho un account Google, ma
lo uso pochissimo, anzi quasi mai e non l'ho mai usato per farci
transitare soldi dalla mia carta di credito. Eppure sono sicuro che il
mio semplice navigare partendo dall'indirizzo www.google.com ha
contribuito a far crescere, sia pur in maniera infinitesimale, il
fatturato di Google Inc. fino ai 66 miliardi di dollari del 2014. Ora,
Google può piacere o meno, si può criticare un modello di businness
così, impalpabile, indiretto, quasi misterioso, fatto di AdSense e di
prodotti e servizi informativi inspiegabilmente del tutto gratuiti per
l'utente finale. Ma che dopo 15 anni l'Unione Europea si ponga di fronte
ad una realtà del genere con lo stesso metro e la stessa sensibilità
utilizzata per decenni per le quote latte e per le politiche agricole mi
lascia perplesso. E' passata un'era geologica dai tempi della multa a
Microsoft per la vittoria sporca nella guerra dei browser che tutto
sommato era una questione semplice: comperavo un PC, mi trovavo Windows
preistallato (e lo pagavo, direttamente, lire sonanti), zio Bill mi
costringeva a usare Internet Explorer. Persino Monti era riuscito a
capirci qualcosa, tanto era chiara la fregatura. Ora con BigG la cosa è
un pelo più complessa, tanto che siamo già ben oltre ai concetti di
social payment e Margrethe Vestager sembra invece trattare Google come
un produttore di parmesan taroccato dell'Ohio. Si diventra euroscettici
per forza...
giovedì 5 marzo 2015
Italia-Germania 4-3
Reinhard Marx (il cognome è tutto un programma), a nome della conferenza
dei vescovi tedeschi, annuncia: «Non siamo una filiale di Roma». Dopo
anni di deboli e poco convincenti dichiarazioni inverse rivolte a frau
Angela Merkel, del tipo «Non siamo una filiale di Berlino», è un bel
passo avanti. Roma conta ancora qualcosa e forse val ben più di una
messa...
Etichette:
Chiesa,
Il Foglio,
Papa Francesco,
politica
lunedì 12 gennaio 2015
Te l'avevo detto
Nel film "Io, Robot" del 2004, liberamente ispirato ai racconti di Isaac
Asimov, lo scettico protagonista intepretato da Will Smith,
rivolgendosi dopo l'ennesimo disastro alla dottoressa Susan Calvin che
si ostina a difendere i robot, dice: "non so perchè, ma 'te l'avevo
detto' non rende giustizia abbastanza." A me viene in mente Oriana
Fallaci.
martedì 23 dicembre 2014
Un servizio più efficiente per l'interruzione volontaria di gravidanza
Il Corriere della Sera, nel suo sito web, pubblica un articolo sulle difficoltà del Policlinico Umberto I di Roma nel reperire medici che pratichino l'interruzione volontaria di gravidanza (IGV). I medici specialisti in ostetricia e ginecologia ci sono, ma sono obiettori di coscienza. Quindi il nosocomio non riesce a "garantire il servizo", cioè non si praticano aborti. Si tratta evidentemente di interventi urgenti, visto che bisogna rispettare i limiti imposti dalla legge 194/78. La solita malasanità italiana.
Per questo l'ospedale romano ha pubblicato un bando per cercare medici disposti a praticare l'IGV.
Il concorso per l'assunzione dei medici recita «selezione pubblica, per titoli e colloquio, per il reperimento di n. 2 laureati in Medicina e Chirurgia specialisti in Ostetricia e Ginecologia per il conferimento di un incarico di Collaborazione Coordinata e Continuativa della durata di un anno, eventualmente rinnovabile, per l’esclusiva e totale applicazione della Legge n. 194/78». Cioè, vogliono proprio due abortisti, disposti a praticare l'aborto.
Qualche considerazione questa vicenda la merita proprio. Intanto l'argomentazione di fondo è che per colpa dei medici obiettori si nega ai cittadini (ma soprattutto alle cittadine) il "diritto" sancito dalla legge 194. Quindi l'ospedale supera l'ostacolo assumendo chi è disposto a praticare aborti. E' come se di fronte a uno sciopero una azienda assumesse maestranze in sostituzione degli scioperanti. Roba che forse nelle nostre fabbriche si vedeva all'inizio del XX secolo. Un cavallo di battaglia di tutta la storia sindacale. Gli obiettori sono i cattivoni che impediscono lo svolgersi di una attività tanto importante. Interessante poi la continua definizione dell'IGV come "servizio". Il prof. Bastianelli, citato nell'articolo, si è preso l'impegno di "rivitalizzare un servzio" che gli pare "depresso". Anzi, da gennaio vuol far ripartire il servizio "a pieno ritmo e in modo ancora più efficiente e qualificato".
Siamo nel 2014 e c'è stato un salto di qualità nell'informazione che riguarda l'aborto. Nell'articolo non si cita più il diritto delle donne a decidere del proprio corpo, no, è roba anni '70. L'attenzione è centrata sul diritto dei cittadini ad ottenere servizi puntuali e efficienti, alla stregua della riduzione delle liste di attesa per fare una risonanza, delle code in ospedale, al dare risposte certe e precise alle richieste degli utenti. L'aborto e l'applicazione della legge 194 non sono più materia da comitato etico (l'organo più inutile delle nostre aziende sanitarie), ma problemi da URP (ufficio relazioni con il pubblico).
Per questo l'ospedale romano ha pubblicato un bando per cercare medici disposti a praticare l'IGV.
Il concorso per l'assunzione dei medici recita «selezione pubblica, per titoli e colloquio, per il reperimento di n. 2 laureati in Medicina e Chirurgia specialisti in Ostetricia e Ginecologia per il conferimento di un incarico di Collaborazione Coordinata e Continuativa della durata di un anno, eventualmente rinnovabile, per l’esclusiva e totale applicazione della Legge n. 194/78». Cioè, vogliono proprio due abortisti, disposti a praticare l'aborto.
Qualche considerazione questa vicenda la merita proprio. Intanto l'argomentazione di fondo è che per colpa dei medici obiettori si nega ai cittadini (ma soprattutto alle cittadine) il "diritto" sancito dalla legge 194. Quindi l'ospedale supera l'ostacolo assumendo chi è disposto a praticare aborti. E' come se di fronte a uno sciopero una azienda assumesse maestranze in sostituzione degli scioperanti. Roba che forse nelle nostre fabbriche si vedeva all'inizio del XX secolo. Un cavallo di battaglia di tutta la storia sindacale. Gli obiettori sono i cattivoni che impediscono lo svolgersi di una attività tanto importante. Interessante poi la continua definizione dell'IGV come "servizio". Il prof. Bastianelli, citato nell'articolo, si è preso l'impegno di "rivitalizzare un servzio" che gli pare "depresso". Anzi, da gennaio vuol far ripartire il servizio "a pieno ritmo e in modo ancora più efficiente e qualificato".
Siamo nel 2014 e c'è stato un salto di qualità nell'informazione che riguarda l'aborto. Nell'articolo non si cita più il diritto delle donne a decidere del proprio corpo, no, è roba anni '70. L'attenzione è centrata sul diritto dei cittadini ad ottenere servizi puntuali e efficienti, alla stregua della riduzione delle liste di attesa per fare una risonanza, delle code in ospedale, al dare risposte certe e precise alle richieste degli utenti. L'aborto e l'applicazione della legge 194 non sono più materia da comitato etico (l'organo più inutile delle nostre aziende sanitarie), ma problemi da URP (ufficio relazioni con il pubblico).
Iscriviti a:
Post (Atom)



